2025-03-23 "Noi, Alì e Foreman" - Querce News

Avevo 16 anni quando, nel 1974, Alì sconfisse Foreman. L’incontro di pugilato, “il più grande evento sportivo del XX secolo”, fu visto in diretta da circa 1 miliardo di persone (all’epoca un quarto della popolazione mondiale) ma non in Italia, le cui trasmissioni chiudevano alle 22.45. Muhammad Ali, arrabbiato con i bianchi americani che lo avevano privato del titolo mondiale e ritirato la licenza per combattere perché si era rifiutato di svolgere il servizio militare in Vietnam, accettò la sfida a condizione si svolgesse in Africa, da dove erano stati deportati i suoi antenati. Era un segno di liberazione, finalmente l’Africa tropicale trovava spazio nelle cronache sportive di tutto il mondo, con un evento che andava al di là dello sport e finiva per essere un manifesto politico e sociale di alto livello comunicativo. Il popolo africano capì benissimo il messaggio e tifava compattamente per Alì perché in lui vedeva anche un recondito messaggio di liberazione mentre Foreman rappresentava in definitiva un gigante atletico e silenzioso, ottimo solo per il business sportivo. E il venticinquenne Foreman era, da un punto di vista meramente atletico, più forte di Alì e quindi dato per favorito dagli esperti, anche perché veniva da 40 vittorie di fila, di cui 38 per KO.

L’incontro si svolse alle 4 di mattina del 30 ottobre, noi italiani lo vedemmo alle 20,30 della sera, 16 ore dopo, quando già tutta la stampa mondiale esaltava la vittoria di Alì che aveva sul momento escogitato una tattica che avrebbe nel corso del match indebolito Foreman ed evidenziato la sua velocità di esecuzione. Fu così che durante l’ottavo round Foreman andò al tappeto: Alì aveva riconquistato il titolo mondiale, l’Africa poteva ripartire, lo sport divenne elemento di messaggi universali.  

E fin qui è tutto chiaro, riportato da decine di libri, video, reportage giornalistici. Quella sera dimenticata, quell’incontro in bianco e nero visto in famiglia, mentre la nonna tirava fuori un qualcosa di buono dal forno, mi ritornò perfettamente alla mente durante una cena del 2008 con Taylor Hackford che insieme alla moglie Helen Mirren aveva comprato casa al confine tra Tricase e Tiggiano. Stavamo in casa mia a dissertare della ristrutturazione della loro bella masseria, dei problemi tecnici, delle varie ipotesi abitative, quando il discorso, non so come scivolò sul pugilato. Taylor mi disse allora, colmando una mia palese ignoranza, che era stato il produttore del film “Quando eravamo re” che aveva vinto l’Oscar come miglior documentario nel 1997, con la regia di Leon Gast. Rimasi sorpreso: il regista che aveva vinto l’Oscar nel 1979 con un cortometraggio, che aveva girato pellicole del calibro di “Ufficiale e gentiluomo”, “L’Avvocato del Diavolo” “Ray” mi parlava con enfasi di questo documentario. Secondo lui quell’incontro in Zaire aveva cambiato la percezione degli americani intorno alla questione razziale, all’Africa in generale e alla grandezza di Alì che fino ad allora era stato dipinto dai media statunitensi come un antipatico disertore. Solo alla fine capii però il senso di quel suo amore per il documentario: lui era accreditato come produttore ma in realtà ebbe una parte preponderante nel successo di “Quando eravamo re”. Il regista Gast era in difficoltà con la mole di materiale a disposizione, non riusciva a trovare la giusta chiave, e fu proprio Taylor a impostargli l’organizzazione del lavoro e il montaggio finale. Non lo ha mai detto pubblicamente, ma ha desiderato più volte di essere al posto di Gast che in effetti prima e dopo aver vinto quell’Oscar non ha lasciato significative tracce cinematografiche. Era una singolare e amichevole rivelazione, era sotto gli ulivi e con il vino buono.

Era un po’ una serata di rimpianti anche. Forse mancava Gianni Minà a documentarla per bene, a renderla mitica. Però il dato certo è che a distanza di tanti anni, la morte di George Foreman il 21 marzo 2025, ha risvegliato l’odore dei biscotti al forno del 1974 e la percezione tattile delle panche di quercia sotto un tavolo di pietra calcarea insieme ad amici lontani, quanto basta per pensare che la vita riserva sempre una qualche sorpresa e Foreman lo aveva imparato bene. Nonostante tutto.

Querce News - 23 marzo 2025

Alfredo De Giuseppe

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